Un giorno lontano dalla giungla

Bologna. Esterno giorno. Seduto al tavolo del mio ristorante  preferito vedo arrivare una famiglia: madre e padre vesti da signori della media nobiltà, figlio trentenne con almeno un anello per dito e una simpatica felpa con il cappuccio. Dopo pochi secondi capiscono di aver aspettato troppo, la madre, ora trasformata in una iena, attacca la cameriera che con estrema pazienza prende le ordinazioni. Il padre decide che si inizia dal bere, il ragazzo prende la parola “una coca zero”. La cameriera “posso portarti una molecola senza zucchero, è  come la coca zero solo che è un prodotto italiano”. Il ragazzo è dubbioso “nel senso che è biologica?” la cameriera è perplessa “nel senso che è prodotta in Italia”.

Arriva la bevanda misteriosa, il ragazzo prende tra le mani la lattina sulla quale è chiaramente visibile il profilo della mole Antonelliana, poi anche il nome aiuta, lui la scruta in modo minuzioso e poi dice al padre: “Forse la fanno a Torino” lui “ Non credo”. È arrivato il momento di versata nel bicchiere, assaggia, guarda mamma e papà “fa pure schifo!”. Per fortuna subito dopo arriva un bel piatto di salumi e lui ci si butta con tutte e due le mani, si sa nella giungla non sono abituati a mangiare con le posate.

La foto di classe dei papà 

Il titolo è preso da un lavoro che ho avuto la fortuna e il piacere di vedere in una classe della scuola dell’infanzia. Un grande cartellone sul quale ogni bimbo ha incollato il disegno raffigurante il papà. Il potere di questo lavoro sta nell’aver aiutato i bambini a pensare al papà per poi rappresentarlo, per dargli forma, per farlo essere presente in classe nonostante l’assenza.

E poi l’importanza di dar voce alle loro fantasie, spesso ci viene spontaneo con i più piccoli insegnare loro delle cose come fossero dei contenitori da riempire mentre il modo migliore per farli apprendere è far affiorare pensieri che già esistono aiutandoli a dar loro forma e nome. 

Anche il titolo del lavoro mi ha colpito in associazione alla Sfida dei papà perché , in chiave evolutiva, si può pensare che tra gli obiettivi di crescita dei piccoli c’è la necessità di costruire un’ immagine interna del padre, immagine che da adolescenti viene rivista, messa in discussione, confrontata, come in una sfida appunto, con quella dei padri degli altri.

Scrivere queste poche righe nel giorno della festa del papà significa ridare voce e forza a questa ruolo che a volte si perde tra le pieghe delle vita. E credo che il cartellone della scuola dell’infanzia e il lavoro mio e di Antonio Ferrara in qualche  modo ci hanno provato.

 L’augurio è quello di tornare a pensare all’importanza del ruolo paterno come traghettatore verso il mondo esterno, come testimone di un futuro possibile e pensabile, come portatore di speranza.

Pensare al futuro

img_1581Venerdì 13 gennaio ho avuto il piacere di partecipare ad una serata alla scuola secondaria di  primo grado Cassano di Trecate. Il tema che ho dovuto affrontare sono stati i falsi miti dell’apprendimento: quelle trappole che in qualche modo possono ostacolare la scelta della scuola superiore e quindi il “diventare grandi” degli adolescenti.

Ho ragionato inseme a genitori e ragazzi su tematiche come la fatica, il fallimento e il dolore, tutti ingredienti che fanno parte della crescita ma che in questa epoca postmoderna vengo spesso, illusoriamente, messi da parte.

Inoltre è stata anche l’occasione per raccontare alle famiglie il lavoro che ho svolto nelle classi terze. Nel mese di novembre ho fatto un incotro per ogni classe per aiutarli a pensare al loro futuro, per sognarsi da grandi. Partendo dal romanzo Ero cattivo di Antonio Ferrara i ragazzi hanno prodotto dei brevi testi. Attraverso il dispositivo della scrittura per emozioni hanno poututo raccontarsi tra 10 anni: sono emerse emozioni, desideri e sofferenze legate al crescere. Il materiale si è trasformato da uno scritto personale ed intimo ad un oggetto culturale sul quale riflettere e discutere.

I lego come aiuto ai bambini con autismo

legoLa terapia basata sui lego. Come sviluppare le competenze sociali attraverso i Club Lego per bambini con autismo e disturbi correlati.

Di DB Le Goff, G Gomez de la Cuesta, GW Krause e S Baron-Cohen. Giovanni Fioriti Editore, Roma 2016,pp.100

 

Il nome Lego starà sicuramente facendo nascere nella mente del lettore svariate associazionilegate a ricordi di un tempo passato, oppure, per chi lavora in ambito clinico con i bambini, a frammenti di terapia. Il denominatore comune di tutti questi pensieri potrebbe essere la parola creatività, questi mattoncini infatti nascono come strumento per dar forma alle idee. A volte sono idee racchiuse in un libretto d’istruzioni altre volte sono figlie della fantasia del costruttore.

Gli autori di questo testo hanno pensato di utilizzare i lego per farne un dispositivo terapeutico, tutto è  nato in modo osservativo: hanno notato che bambini con autismo iniziavano ad interagire tra loro quando il mezzo per entrare in contatto erano i mattoncini.

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La casa: il luogo degli affetti

12_img_0970La  psicoterapia psicoanalitica ha come strumento principe, secondo Winnicott, la capacità di giocare del paziente e del terapeuta. Cioè la capacità di abitare quella terra di mezzo, chiamato spazio transizionale, dove entrano in contatto aspetti della realtà e della fantasia. Un spazio creativo nel quale nascono nuove letture della realtà.

Questo processo è ancora più facilmente realizzabile nella terapia dei bambini che per statuto hanno il gioco come loro compito vitale. Quello che si verifica nella stanza delle parole, il luogo della terapia, è un gioco di tipo simbolico: quello che accade ha un significato profondo capace di mostrare aspetti della soggettività del bambino. È possibile utilizzare diversi strumenti per realizzarlo: macchinine, palline, pentolini, una semplice sedia, ecc. Nella mia stanza delle parole però c’è un’ospite d’eccezione: una casa. Quindi in uno spazio ampio, la stanza, c’è un luogo più piccolo, la casa, che si trasforma nel luogo degli affetti. Questa casa ha una storia lontana, la prima è nata molti anni fa nello studio di una mente creativa: Enrica Crivelli, psicoterapeuta infantile. Avendo lei il desiderio di conoscere in senso profondo i bambini che giungevano nella sua stanza delle parole, Enrica ha deciso di costruirsi uno scenario dove permettere loro di giocare i proprio conflitti, le proprie sofferenze e i propri bisogni. Così con pezzi di compensato, viti e carta colorata è nata una fantastica casa. Io ho avuto il piacere di vederla qualche anno fa nel suo studio e ne sono rimasto affascinato e così nell’estate è nata una casa che riprende il progetto di Enrica e che potete vedere nelle foto presenti in questa pagina.

È facile comprendere che in quelle stanze può accadere di tutto, possono prendere forma le fantasie che ingombrano la mente dei bambini, possiamo vedere delle dinamiche famigliari che riprendono quanto accade nella realtà, possiamo vedere in scena i ruoli affettivi e quindi capire come l’esperienza li ha saturati e costruiti. Ecco che la casa diventa una lente per leggere il mondo interno del bambino ma anche un contenitore dove permettere a lui di lasciare gli affetti troppo ingombranti.

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Papà ti scrivo così ci capiamo

Il 29 ottobre alla Ristorazione Sociale di Alessandria si terrà un laboratorio di scrittura per emozioni. I ragazzi ci racconteranno la figura del padre: desideri, paure, aspettative, momenti condivisi.

A breve pubblicheremo altre date perché questi laboratori saranno itineranti e toccheranno quindi altre città: Novara, Milano, Padova, Galliate…

Dimenticavo il tutto sarà condotto da me e Antonio Ferrara con la partecipazione del libro Se saprei scrivere bene.

Vi aspettiamo!

La paura di apprendere

Apprendere è un percorso complesso, articolato, che prevede lo sviluppo di nuove competenze e il delinearsi di nuovi obiettivi.
Il piacere di studiare non è una condizione semplice da raggiungere e non si sviluppa automaticamente: la conoscenza, l’esplorazione, lo studio implicano l’accettazione a cambiare, sperimentare sentimenti di precarietà, andare incontro a successi, ma anche a fallimenti, sperimentare probabili sentimenti di solitudine. Affrontare i propri limiti attiva sentimenti di inadeguatezza e solitudine, mette di fronte al rischio di risultare insoddisfacenti per sé o per gli altri.

Lunedì 3 Ottobre 2016  (h. 17.30 – 19.30) presso l’Istituto E. Vendramini (Viale Arcella 10/A Padova) Katia Provantini, psicologa esperta in problematiche dell’apprendimento, ci guiderà lungo i sentieri che la mente adolescente compie ogni volta che deve apprendere.

Per adesione inviare mail a: info@e-formiamo.it

Per informazioni: 3281806884, 3406654853


Katia Provantini, psicologa, esperta in problematiche evolutive con particolare riferimento alle difficoltà scolastiche e dell’apprendimento. Svolge attività di consultazione con adolescenti e genitori; attività di formazione e supervisione a docenti e psicologi. Attualmente presidente della Cooperativa Minotauro di Milano e coordinatrice delle attività del centro Minotauro di Padova; coordina progetti di rete per la prevenzione del disagio e della dispersione scolastica in collaborazione con Comuni ed Enti Locali. È autrice di numerose pubblicazioni tra cui per Mondadori: “Scuola Media. Manuale per la sopravvivenza (2014)”; “Generazione tablet. I sì e i no per crescere nell’era del web (2014)”. “Padri, Madri, Figli adolescenti (2012)”; “La scelta giusta. Orientarsi dopo la terza media (2009)”