Cronaca di una giornata di formazione 

Interno scuola. Banchi ordinati e bianchi, sedie colorate. Una cattedra che mi aspetta, non mi piace molto questo tipo di incontro, non amo stare da quella parte, ma non posso evitarlo. Eccoli arrivano, si siedono, quelli della prima fila sono pronti con foglio e penna, gli altri cercano nascondigli usando borse, zaini o semplicemente la schiena di quello davanti. La formazione inizia, si parla di ragazzi difficili: quelli che non amano la scuola, che faticano a star seduti, che non rispettano l’insegante. Quelli della prima fila si animano intervengono nella discussione, anche gli atri si animano, accendono tablet, leggono libri, rispondo a messaggi. Dovrei arrabbiarmi, richiamarli all’ordine e alla serietà ma non riesco, non posso, troppe volte ho interpretato il loro ruolo, troppe volte mi sono nascosto per evitare momenti come questo.

Finiamo di raccontare il primo caso: una ragazzino che sembra pacifico e tenero ma che in realtà tiene in pugno la classe. Facciamo pausa. Quelli della prima fila ci mettono più tempo a rientrare, gli altri sono più rapidi, certo avevano lasciato un sacco di robe in sospeso dovevano sbrigarsi se volevano terminarle prima della fine della formazione. Ne approfitto, dico loro che deve essere pesante farsi quattro ore in aula dopo una giornata in classe e con il pensiero della lezione da preparare per il giorno dopo. Sorridono e iniziano a raccontare le loro fatiche, le loro preoccupazioni, le guerre di trincea che devono sostenere con le famiglie. Arrivano quelli delle prima fila e si associano alla discussione. Ascolto incuriosito, provo a dare delle chiavi di lettura. Il tempo volge al termine, vorrebbero quasi trattenersi di più ma ci tocca chiudere.

Non ho operato un processo alchemico, semplicemente ho messo in atto la logica per la quale per poter favorire processi di apprendimento è necessario accogliere l’altro e mettersi in gioco rispetto ai suoi bisogni, lavorando in presa diretta, all’impronta. Di questa logica è stato maestro Gianni Rodari e credo che  nessuno, quando è costretto a quell’incontro con la cattedra, possa permettersi di dimenticare la sua lezione.

Un giorno lontano dalla giungla

Bologna. Esterno giorno. Seduto al tavolo del mio ristorante  preferito vedo arrivare una famiglia: madre e padre vesti da signori della media nobiltà, figlio trentenne con almeno un anello per dito e una simpatica felpa con il cappuccio. Dopo pochi secondi capiscono di aver aspettato troppo, la madre, ora trasformata in una iena, attacca la cameriera che con estrema pazienza prende le ordinazioni. Il padre decide che si inizia dal bere, il ragazzo prende la parola “una coca zero”. La cameriera “posso portarti una molecola senza zucchero, è  come la coca zero solo che è un prodotto italiano”. Il ragazzo è dubbioso “nel senso che è biologica?” la cameriera è perplessa “nel senso che è prodotta in Italia”.

Arriva la bevanda misteriosa, il ragazzo prende tra le mani la lattina sulla quale è chiaramente visibile il profilo della mole Antonelliana, poi anche il nome aiuta, lui la scruta in modo minuzioso e poi dice al padre: “Forse la fanno a Torino” lui “ Non credo”. È arrivato il momento di versata nel bicchiere, assaggia, guarda mamma e papà “fa pure schifo!”. Per fortuna subito dopo arriva un bel piatto di salumi e lui ci si butta con tutte e due le mani, si sa nella giungla non sono abituati a mangiare con le posate.

Pensare al futuro

img_1581Venerdì 13 gennaio ho avuto il piacere di partecipare ad una serata alla scuola secondaria di  primo grado Cassano di Trecate. Il tema che ho dovuto affrontare sono stati i falsi miti dell’apprendimento: quelle trappole che in qualche modo possono ostacolare la scelta della scuola superiore e quindi il “diventare grandi” degli adolescenti.

Ho ragionato inseme a genitori e ragazzi su tematiche come la fatica, il fallimento e il dolore, tutti ingredienti che fanno parte della crescita ma che in questa epoca postmoderna vengo spesso, illusoriamente, messi da parte.

Inoltre è stata anche l’occasione per raccontare alle famiglie il lavoro che ho svolto nelle classi terze. Nel mese di novembre ho fatto un incotro per ogni classe per aiutarli a pensare al loro futuro, per sognarsi da grandi. Partendo dal romanzo Ero cattivo di Antonio Ferrara i ragazzi hanno prodotto dei brevi testi. Attraverso il dispositivo della scrittura per emozioni hanno poututo raccontarsi tra 10 anni: sono emerse emozioni, desideri e sofferenze legate al crescere. Il materiale si è trasformato da uno scritto personale ed intimo ad un oggetto culturale sul quale riflettere e discutere.

Cohousing Drinks: la costruzione del gruppo

Mercoledì 25 gennaio alle ore 18.30 presso QKing corestaurant di via Tartini 13 a Milano avrò l’onore e il piacere a uno dei Cohousing Drinks organizzati da Housing Lab.

I Cohousing Drinks sono aperitivi a tema per parlare di cohousing: occasioni per approfondire i diversi aspetti del coabitare, conoscere le iniziative in corso, incontrare potenziali cohousers. Sono organizzati da CohousingLab, rete di professionisti esperti in accompagnamento e sviluppo di abitare collaborativo e sociale.

Progettare un cohousing vuol dire fin da subito, anche quando non è ancora stato posato il primo mattone, essere un gruppo, un gruppo che prende decisioni insieme. Ecco perchè la mia partecipazione all’interno di questi eventi. Proverò a portare quell’impornta che Franco Fornari ha cercato di lasciare all’interno del lavro con le istuzioni, racconterò cosa si intende per analisi della cultura affettiva e per gestione democratica dei conflitti.

Ecco una breve descrizione degli argomenti della serata:

Essere un gruppo
Chi di noi non ha vissuto questa esperienza? Pensiamo alla nostra famiglia, alla compagnia di amici, all’associazione di cui siamo parte, … Ognuno di noi però vive in maniera diversa la sua appartenenza al gruppo giocando ruoli differenti: chi rimane più in disparte, chi esprime la sua opinione su ogni argomento, chi si prende cura degli altri, chi vuole a tutti costi avere ragione, chi si batte per la collaborazione, chi sceglie di conquistare gli altri con le parole,…

Essere un gruppo che decide insieme
Ogni giorno prendiamo decisioni condivise con altri. Diverso però è scegliere insieme agli amici in quale locale andare sabato sera dal decidere con gli altri cohousers dove vivere per i prossimi vent’anni o a quale impresa costruttrice affidare i nostri risparmi.

Una maggiore consapevolezza di qual è il mio ruolo e quello degli altri all’interno del gruppo di cohousers e la condivisione delle motivazioni di ognuno aiuta a costruire un clima democratico e a gestire i conflitti, aspetti fondamentali per la buona riuscita del progetto.

Il costo di partecipazione per ogni incontro è di 5 euro, comprensivo dell’aperitivo. Partecipazione gratuita per i soci HousingLab

I posti per gli aperitivi sono limitati, iscrivetevi mandando una mail a: info@housinglab.it

I lego come aiuto ai bambini con autismo

legoLa terapia basata sui lego. Come sviluppare le competenze sociali attraverso i Club Lego per bambini con autismo e disturbi correlati.

Di DB Le Goff, G Gomez de la Cuesta, GW Krause e S Baron-Cohen. Giovanni Fioriti Editore, Roma 2016,pp.100

 

Il nome Lego starà sicuramente facendo nascere nella mente del lettore svariate associazionilegate a ricordi di un tempo passato, oppure, per chi lavora in ambito clinico con i bambini, a frammenti di terapia. Il denominatore comune di tutti questi pensieri potrebbe essere la parola creatività, questi mattoncini infatti nascono come strumento per dar forma alle idee. A volte sono idee racchiuse in un libretto d’istruzioni altre volte sono figlie della fantasia del costruttore.

Gli autori di questo testo hanno pensato di utilizzare i lego per farne un dispositivo terapeutico, tutto è  nato in modo osservativo: hanno notato che bambini con autismo iniziavano ad interagire tra loro quando il mezzo per entrare in contatto erano i mattoncini.

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La casa: il luogo degli affetti

12_img_0970La  psicoterapia psicoanalitica ha come strumento principe, secondo Winnicott, la capacità di giocare del paziente e del terapeuta. Cioè la capacità di abitare quella terra di mezzo, chiamato spazio transizionale, dove entrano in contatto aspetti della realtà e della fantasia. Un spazio creativo nel quale nascono nuove letture della realtà.

Questo processo è ancora più facilmente realizzabile nella terapia dei bambini che per statuto hanno il gioco come loro compito vitale. Quello che si verifica nella stanza delle parole, il luogo della terapia, è un gioco di tipo simbolico: quello che accade ha un significato profondo capace di mostrare aspetti della soggettività del bambino. È possibile utilizzare diversi strumenti per realizzarlo: macchinine, palline, pentolini, una semplice sedia, ecc. Nella mia stanza delle parole però c’è un’ospite d’eccezione: una casa. Quindi in uno spazio ampio, la stanza, c’è un luogo più piccolo, la casa, che si trasforma nel luogo degli affetti. Questa casa ha una storia lontana, la prima è nata molti anni fa nello studio di una mente creativa: Enrica Crivelli, psicoterapeuta infantile. Avendo lei il desiderio di conoscere in senso profondo i bambini che giungevano nella sua stanza delle parole, Enrica ha deciso di costruirsi uno scenario dove permettere loro di giocare i proprio conflitti, le proprie sofferenze e i propri bisogni. Così con pezzi di compensato, viti e carta colorata è nata una fantastica casa. Io ho avuto il piacere di vederla qualche anno fa nel suo studio e ne sono rimasto affascinato e così nell’estate è nata una casa che riprende il progetto di Enrica e che potete vedere nelle foto presenti in questa pagina.

È facile comprendere che in quelle stanze può accadere di tutto, possono prendere forma le fantasie che ingombrano la mente dei bambini, possiamo vedere delle dinamiche famigliari che riprendono quanto accade nella realtà, possiamo vedere in scena i ruoli affettivi e quindi capire come l’esperienza li ha saturati e costruiti. Ecco che la casa diventa una lente per leggere il mondo interno del bambino ma anche un contenitore dove permettere a lui di lasciare gli affetti troppo ingombranti.

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Se saprei scrivere bene

Proprio in questi giorni sta arrivando nelle librerie l’ultimo lavoro mio e di Antonio Ferrara. Libro a cui teniamo molto perchè traduce in parole il lavoro di prevenzione che facciamo nei diversi contesti. Sempre di più letteratura e psicoanalisi si stanno mescolando dando alla luce nuovi e freschi progetti!

Dall’introduzione

Questo libro è un manuale di scrittura per emozioni, ossia un tentativo teorico ed esperienziale di lavorare con ragazzi e con adulti intorno alla scrittura come pratica di condivisione.Ma anche un tentativo di trasmettere ai docenti competenze e strumenti da utilizzare anche in assenza del conduttore dei laboratori.

Si tratta di un percorso nato anni fa nel carcere di massima sicurezza di Novara per dare tragitti visibili alle tante storie chiuse nei cuori e nei cassetti, per fornire consapevolezza tecnica e canalizzazione a tante emozioni nascoste. È stato perfezionato insieme ai detenuti delle case circondariali di Secondigliano, di Pesaro, di Fossano, di Pescara. Insieme ai pazienti e ai medici del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Si è smussato in diverse sedi universitarie e in decine e decine di biblioteche, scuole e librerie italiane e della Svizzera italiana.

L’idea è sempre stata quella di proporre la scrittura come pratica privilegiata per nominare e condividere le proprie emozioni, per fare con la parola scritta educazione sentimentale. Scrittura come prolungamento del sentimento. Qui di seguito le caratteristiche dei laboratori, per partecipare ai quali è richiesto l’acquisto della presente pubblicazione.

Il laboratorio si fonda sul concetto di narrazione intesa come racconto di storie, quindi come strumento fondamentale sia per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore sia per imparare ad attribuire significati all’esperienza umana.  Partendo dal presupposto che la vita di ogni persona (bambino, preadolescente, adolescente, adulto) è segnata da alcuni traguardi che si desidera raggiungere (essere promosso, far parte della squadra di pallacanestro, trovare un amico/a del cuore) è possibile considerare ogni scelta significativa come compresa in un programma narrativo (Greimas 1983): il soggetto deve superare delle prove per raggiungere il suo obiettivo, lungo questo percorso è possibile incontrare degli “aiutanti” o degli “opponenti”.

Il commento psicologico che seguirà la lettura dei testi, sarà quindi volto a mettere in evidenza il programma narrativo che il protagonista del racconto deve portare a compimento (ad esempio la costruzione di una relazione amorosa), prendendo in considerazione l’intervento di possibili aiutanti od ostacoli che possono agevolare o complicare il raggiungimento della meta finale; questo tipo di analisi permette di far luce sulle dinamiche affettive che guidano bambini e preadolescenti nei loro percorsi di vita.Per questo è possibile pensare a percorsi di formazione basati sulla scrittura per emozioni: entrare in una dimensione narrativa offre la possibilità di entrare in un circolo maieutico: cogliamo degli stimoli, offerti dai racconti, che entrano nei nostri processi di pensiero e danno vita a nuove letture della realtà.