Capita una scintilla di noia

Capita di essere immersi nella vita degli altri.

Capita anche di ascoltare vite di carta.

Capita di stare a guardare il tempo scorrere.

Capita anche di appiccare un fuco sotto un ponte.

Capita di fuggire quando la trama si complica.

Capita anche di avere il coraggio della responsabilità.

Capita poi una scintilla di noia e si torna ad essere vivi.

Il club antilettura

Cari lettori bentrovati,

il libro che vorrei prendere oggi dallo scaffale della nostra bancarella ha un titolo particolare, soprattutto mi fa ripensare ai miei anni della scuola elementare, ai miei profondi desideri. Eccolo, ora è tra le mie mani, inizio a leggerlo e mi imbatto nella storia di Leo, un ragazzino che odia la lettura e si organizza con altri compagni di classe per dare origine a un gruppo di sabotatori. E ci riesce anche, con Ste, Vic e Matti fa sparire dei libri dalla sua classe, da il via a una tenace propaganda con messaggi scritti a mano. Tra una missione e l’altra il nostro gruppo si trova al parchetto a giocare a pallone e a progettare attività future. Insomma in poco tempo questi ragazzi riescono a pianificare e a rendere concreti i desideri che animano molti piccoli e grandi alunni: abolire i libri! Purtroppo però sulle traiettorie di vita di Leo passa Carlotta: affascinante  ragazzina con un solo piccolo difetto, ama la lettura! Da qua inizierà un processo alchemico volto a trasformare l’odio per i libri in amore.

Dimenticavo, non vi ho ancora detto il titolo: Il club antilettura (Mondadori 2016). L’autrice è Lodovica Cima, ha scritto più di 200 libri, ha inventato la collana Tandem per il Castoro, da editor di San Paolo ha dato avvio alla collana Le Nuvole, con alcuni amici ha da poco aperto la casa editrice Pelledoca, insomma una vera protagonista della letteratura per l’infanzia e per ragazzi.

Non mi rimane che augurarvi buona lettura!
Tratto dalla rubrica La bancarella del libro pubblicata su Novara Oggi

80 miglia


Una volta al mese ci incontreremo qui sotto questi portici , protetti così dalla freddo invernale e dal caldo estivo, abitati da sapienti venditori di storie che con le loro bancarelle animano questa via. Il nostro punto d’incontro sarà una bancarella molto particolare che non faticherete a riconoscere perché è l’unica ad ospitare nei suoi scaffali albi illustrati, libri per bambini e ragazzi.

La copertina che attrae oggi la mia attenzione ha come immagine quella di un ragazzo, forse di tredici anni, che ci scruta da una vecchia locomotiva. Per associazione penso ad un racconto sul tema viaggio, ma chi sta per partire? E perché? Sbircio la quarta di copertina, mi dice che Billy osserva la locomotiva sui binari con il sogno un girono di poter montare su di lei. Allora il viaggio deve essere sicuramente una metafora per parlare della crescita e quindi del futuro. Mi perdo tra le pagine del libro e inizio a viere la storia di questo ragazzo che sente stretta la vita della fattoria ma non sa come fare a trovare un’alternativa. Va allora nel saloon, il luogo dei grandi, incontra così Joe che sta raccontando una storia incredibile: a 80 miglia da quel paese c’è una terra molto florida, una sorta di paradiso terrestre. Per raggiungerlo basata proseguire il lavoro di costruzione della ferrovia e soprattutto qualcuno dovrà andare in quel luogo a costruire tutto il necessario per renderlo abitabile. Ecco che Billy trova l’alternativa alla sua monotona vita e parte all’avventura. Come tutti i viaggi sarà carico di piacevoli novità e deludenti eventi. Incontrerà degli amici averi e anche l’amore, quello dirompente  e totalizzante che solo gli adolescenti conoscono. Ma dovrà fare i conti anche con le bugie raccontate da Joe che da essere una sorta di mito diventa un uomo con i suoi limiti. E poi si troverà a ragionare sue questioni moralmente più profonde: è giusto uccidere gli indiani per costruire i villaggi? E ancora, troverà un maestro, George, che lo aiuterà a realizzare il suo sogno di guidare una locomotiva.

Vorrei dirvi molto altro ma il nostro tempo è  finito, vi invito alla lettura di questo intenso romanzo: 80 miglia di Antonio Ferrara.

Dalla rubrica La bancarella del libro pubblicata sul Novara Oggi

Capita di incontrare tanti papà

Capita, una sera di aprile, di uscire per una serata di formazione dal titolo “Che fatica fare il papà”.

Capita che ci sia un po’ d’ansia perché si teme di trovarsi di fronte a sedie vuote.

Capita, in realtà, di ritrovarsi in una stanza gremita di padri.

Capita di sentirsi nuovamente in ansia perché si crede che in quel momento bisogna riuscire a lasciare una traccia, un segno.

Capita di avere di fronte volti stanchi provati dalla giornata lavorativa.

Capita di essere intimoriti forse perché si crede che nessuno sia interessato a questi temi.

Capita anche che ci si trovi di fronte a padri desiderosi di raccontare la propria esperienza, di raccontare il loro “fare” con i figli, di raccontare i loro inciampi.

Capita quindi di vivere una serata diversa, una lunga chiacchierata sul ruolo paterno, così difficile, così complesso, così umano.

Capita di tornare a casa con la speranza di aver lanciato un piccolo seme che, forse, un giorno fiorirà dando nuovi significati alla figura del padre.

Capita di tornare a casa soddisfatti per aver imparato  tanto da quel gruppo di padri.

Cronaca di una giornata di formazione 

Interno scuola. Banchi ordinati e bianchi, sedie colorate. Una cattedra che mi aspetta, non mi piace molto questo tipo di incontro, non amo stare da quella parte, ma non posso evitarlo. Eccoli arrivano, si siedono, quelli della prima fila sono pronti con foglio e penna, gli altri cercano nascondigli usando borse, zaini o semplicemente la schiena di quello davanti. La formazione inizia, si parla di ragazzi difficili: quelli che non amano la scuola, che faticano a star seduti, che non rispettano l’insegante. Quelli della prima fila si animano intervengono nella discussione, anche gli atri si animano, accendono tablet, leggono libri, rispondo a messaggi. Dovrei arrabbiarmi, richiamarli all’ordine e alla serietà ma non riesco, non posso, troppe volte ho interpretato il loro ruolo, troppe volte mi sono nascosto per evitare momenti come questo.

Finiamo di raccontare il primo caso: una ragazzino che sembra pacifico e tenero ma che in realtà tiene in pugno la classe. Facciamo pausa. Quelli della prima fila ci mettono più tempo a rientrare, gli altri sono più rapidi, certo avevano lasciato un sacco di robe in sospeso dovevano sbrigarsi se volevano terminarle prima della fine della formazione. Ne approfitto, dico loro che deve essere pesante farsi quattro ore in aula dopo una giornata in classe e con il pensiero della lezione da preparare per il giorno dopo. Sorridono e iniziano a raccontare le loro fatiche, le loro preoccupazioni, le guerre di trincea che devono sostenere con le famiglie. Arrivano quelli delle prima fila e si associano alla discussione. Ascolto incuriosito, provo a dare delle chiavi di lettura. Il tempo volge al termine, vorrebbero quasi trattenersi di più ma ci tocca chiudere.

Non ho operato un processo alchemico, semplicemente ho messo in atto la logica per la quale per poter favorire processi di apprendimento è necessario accogliere l’altro e mettersi in gioco rispetto ai suoi bisogni, lavorando in presa diretta, all’impronta. Di questa logica è stato maestro Gianni Rodari e credo che  nessuno, quando è costretto a quell’incontro con la cattedra, possa permettersi di dimenticare la sua lezione.

Pensare al futuro

img_1581Venerdì 13 gennaio ho avuto il piacere di partecipare ad una serata alla scuola secondaria di  primo grado Cassano di Trecate. Il tema che ho dovuto affrontare sono stati i falsi miti dell’apprendimento: quelle trappole che in qualche modo possono ostacolare la scelta della scuola superiore e quindi il “diventare grandi” degli adolescenti.

Ho ragionato inseme a genitori e ragazzi su tematiche come la fatica, il fallimento e il dolore, tutti ingredienti che fanno parte della crescita ma che in questa epoca postmoderna vengo spesso, illusoriamente, messi da parte.

Inoltre è stata anche l’occasione per raccontare alle famiglie il lavoro che ho svolto nelle classi terze. Nel mese di novembre ho fatto un incotro per ogni classe per aiutarli a pensare al loro futuro, per sognarsi da grandi. Partendo dal romanzo Ero cattivo di Antonio Ferrara i ragazzi hanno prodotto dei brevi testi. Attraverso il dispositivo della scrittura per emozioni hanno poututo raccontarsi tra 10 anni: sono emerse emozioni, desideri e sofferenze legate al crescere. Il materiale si è trasformato da uno scritto personale ed intimo ad un oggetto culturale sul quale riflettere e discutere.

I lego come aiuto ai bambini con autismo

legoLa terapia basata sui lego. Come sviluppare le competenze sociali attraverso i Club Lego per bambini con autismo e disturbi correlati.

Di DB Le Goff, G Gomez de la Cuesta, GW Krause e S Baron-Cohen. Giovanni Fioriti Editore, Roma 2016,pp.100

 

Il nome Lego starà sicuramente facendo nascere nella mente del lettore svariate associazionilegate a ricordi di un tempo passato, oppure, per chi lavora in ambito clinico con i bambini, a frammenti di terapia. Il denominatore comune di tutti questi pensieri potrebbe essere la parola creatività, questi mattoncini infatti nascono come strumento per dar forma alle idee. A volte sono idee racchiuse in un libretto d’istruzioni altre volte sono figlie della fantasia del costruttore.

Gli autori di questo testo hanno pensato di utilizzare i lego per farne un dispositivo terapeutico, tutto è  nato in modo osservativo: hanno notato che bambini con autismo iniziavano ad interagire tra loro quando il mezzo per entrare in contatto erano i mattoncini.

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