Cronaca di una giornata di formazione 

Interno scuola. Banchi ordinati e bianchi, sedie colorate. Una cattedra che mi aspetta, non mi piace molto questo tipo di incontro, non amo stare da quella parte, ma non posso evitarlo. Eccoli arrivano, si siedono, quelli della prima fila sono pronti con foglio e penna, gli altri cercano nascondigli usando borse, zaini o semplicemente la schiena di quello davanti. La formazione inizia, si parla di ragazzi difficili: quelli che non amano la scuola, che faticano a star seduti, che non rispettano l’insegante. Quelli della prima fila si animano intervengono nella discussione, anche gli atri si animano, accendono tablet, leggono libri, rispondo a messaggi. Dovrei arrabbiarmi, richiamarli all’ordine e alla serietà ma non riesco, non posso, troppe volte ho interpretato il loro ruolo, troppe volte mi sono nascosto per evitare momenti come questo.

Finiamo di raccontare il primo caso: una ragazzino che sembra pacifico e tenero ma che in realtà tiene in pugno la classe. Facciamo pausa. Quelli della prima fila ci mettono più tempo a rientrare, gli altri sono più rapidi, certo avevano lasciato un sacco di robe in sospeso dovevano sbrigarsi se volevano terminarle prima della fine della formazione. Ne approfitto, dico loro che deve essere pesante farsi quattro ore in aula dopo una giornata in classe e con il pensiero della lezione da preparare per il giorno dopo. Sorridono e iniziano a raccontare le loro fatiche, le loro preoccupazioni, le guerre di trincea che devono sostenere con le famiglie. Arrivano quelli delle prima fila e si associano alla discussione. Ascolto incuriosito, provo a dare delle chiavi di lettura. Il tempo volge al termine, vorrebbero quasi trattenersi di più ma ci tocca chiudere.

Non ho operato un processo alchemico, semplicemente ho messo in atto la logica per la quale per poter favorire processi di apprendimento è necessario accogliere l’altro e mettersi in gioco rispetto ai suoi bisogni, lavorando in presa diretta, all’impronta. Di questa logica è stato maestro Gianni Rodari e credo che  nessuno, quando è costretto a quell’incontro con la cattedra, possa permettersi di dimenticare la sua lezione.

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