Il club antilettura

Cari lettori bentrovati,

il libro che vorrei prendere oggi dallo scaffale della nostra bancarella ha un titolo particolare, soprattutto mi fa ripensare ai miei anni della scuola elementare, ai miei profondi desideri. Eccolo, ora è tra le mie mani, inizio a leggerlo e mi imbatto nella storia di Leo, un ragazzino che odia la lettura e si organizza con altri compagni di classe per dare origine a un gruppo di sabotatori. E ci riesce anche, con Ste, Vic e Matti fa sparire dei libri dalla sua classe, da il via a una tenace propaganda con messaggi scritti a mano. Tra una missione e l’altra il nostro gruppo si trova al parchetto a giocare a pallone e a progettare attività future. Insomma in poco tempo questi ragazzi riescono a pianificare e a rendere concreti i desideri che animano molti piccoli e grandi alunni: abolire i libri! Purtroppo però sulle traiettorie di vita di Leo passa Carlotta: affascinante  ragazzina con un solo piccolo difetto, ama la lettura! Da qua inizierà un processo alchemico volto a trasformare l’odio per i libri in amore. 

Dimenticavo, non vi ho ancora detto il titolo: Il club antilettura (Mondadori 2016). L’autrice è Lodovica Cima, ha scritto più di 200 libri, ha inventato la collana Tandem per il Castoro, da editor di San Paolo ha dato avvio alla collana Le Nuvole, con alcuni amici ha da poco aperto la casa editrice Pelledoca, insomma una vera protagonista della letteratura per l’infanzia e per ragazzi.

Non mi rimane che augurarvi buona lettura!
Tratto dalla rubrica La bancarella del libro pubblicata su Novara Oggi

In mezzo alla fiaba

Ben trovati nuovamente sotto al nostro portico. L’arrivo del sole primaverile da una nuova luce alla bancarella mettendo in evidenza copertine che ci eravamo persi. Lo sguardo cade su un libro di piccolo formato con in copertina una figura umana stilizzata, di colore rosso, con lo sguardo pensante e delle parole che escono dalla sua testa. L’immagine sembra quella del Brucaliffo nel momento in cui incontra Alice e pone la celebre domanda “chi sei tu?”. Ecco che allora la copertina ci aiuta a capire in che libro ci stiamo imbattendo, un libro per scoprire chi siamo noi o meglio ancora per capire che emozioni ci animano. La via per arrivare a questa conoscenza è quella classica della fiaba: Cappuccetto rosso, Biancaneve, La bella addormenta e tante altre.

Sicuramente starete pensando ad un libro che è una raccolta di fiabe ma non è così, è un libro di poesie. Silvia Vecchini, autrice del libro, ci regala un lavoro prezioso e raffinato: di ogni fiaba ha scovato il nucleo nascosto e segreto e lo ha tradotto in immagini attraverso un meticoloso lavoro sulle parole. Leggere i suoi versi ci permette di entrare nella storia con un punto di vista differente da quello che abbiamo sempre avuto quando ce le hanno raccontate, ci permette di interrogarci su aspetti profondi della nostra vita al di là della morale della fiaba stessa. In questo percorso di riscoperta siamo accompagnati anche dalle belle illustrazioni di Arianna Vairo.

Sentite questa: A tutti servirebbe un fratello/che nel momento più scuro/esca di nascosto/e si riempia le tasche/che nel bosco resti al tuo fianco/e lasci cadere a ogni passo/un sassolino bianco. L’avete riconosciuta? È Hansel e Gretel, di questa storia, della quale forse ricordiamo principalmente la strega che attira i bambini con l’intenzione di mangiarli, l’autrice ci racconta l’importanza della relazione fraterna che diventa un sostegno nei momenti oscuri della vita.

Bene vi lascio alla domanda del Brucaliffo “chi sei tu?” e alla lettura di In mezzo alla fiaba di Silvia Vecchini (Topipittori 2015), magari troverete una o più risposte.

Dalla rubrica La bancarella del libro pubblicata su Novara Oggi

80 miglia


Una volta al mese ci incontreremo qui sotto questi portici , protetti così dalla freddo invernale e dal caldo estivo, abitati da sapienti venditori di storie che con le loro bancarelle animano questa via. Il nostro punto d’incontro sarà una bancarella molto particolare che non faticherete a riconoscere perché è l’unica ad ospitare nei suoi scaffali albi illustrati, libri per bambini e ragazzi. 

La copertina che attrae oggi la mia attenzione ha come immagine quella di un ragazzo, forse di tredici anni, che ci scruta da una vecchia locomotiva. Per associazione penso ad un racconto sul tema viaggio, ma chi sta per partire? E perché? Sbircio la quarta di copertina, mi dice che Billy osserva la locomotiva sui binari con il sogno un girono di poter montare su di lei. Allora il viaggio deve essere sicuramente una metafora per parlare della crescita e quindi del futuro. Mi perdo tra le pagine del libro e inizio a viere la storia di questo ragazzo che sente stretta la vita della fattoria ma non sa come fare a trovare un’alternativa. Va allora nel saloon, il luogo dei grandi, incontra così Joe che sta raccontando una storia incredibile: a 80 miglia da quel paese c’è una terra molto florida, una sorta di paradiso terrestre. Per raggiungerlo basata proseguire il lavoro di costruzione della ferrovia e soprattutto qualcuno dovrà andare in quel luogo a costruire tutto il necessario per renderlo abitabile. Ecco che Billy trova l’alternativa alla sua monotona vita e parte all’avventura. Come tutti i viaggi sarà carico di piacevoli novità e deludenti eventi. Incontrerà degli amici averi e anche l’amore, quello dirompente  e totalizzante che solo gli adolescenti conoscono. Ma dovrà fare i conti anche con le bugie raccontate da Joe che da essere una sorta di mito diventa un uomo con i suoi limiti. E poi si troverà a ragionare sue questioni moralmente più profonde: è giusto uccidere gli indiani per costruire i villaggi? E ancora, troverà un maestro, George, che lo aiuterà a realizzare il suo sogno di guidare una locomotiva.

Vorrei dirvi molto altro ma il nostro tempo è  finito, vi invito alla lettura di questo intenso romanzo: 80 miglia di Antonio Ferrara.

Dalla rubrica La bancarella del libro pubblicata sul Novara Oggi

Capita di sentire l’odore del mare

​Capita di finire a lavorare in un luogo straniero.

Capita anche di sentirsi a casa in quel luogo.

Capita di stupirsi del potere della scrittura.

Capita anche di fare il libraio per un giorno.

Capita di provare il piacere di incontrare volti conosciuti.

Capita anche di stupirsi per l’intesa con una scrittrice mai vista prima.

Capita poi di sentire l’odore del  mare e di ripensare a un tempo lontano.

Capita di incontrare tanti papà

Capita, una sera di aprile, di uscire per una serata di formazione dal titolo “Che fatica fare il papà”.

Capita che ci sia un po’ d’ansia perché si teme di trovarsi di fronte a sedie vuote.

Capita, in realtà, di ritrovarsi in una stanza gremita di padri.

Capita di sentirsi nuovamente in ansia perché si crede che in quel momento bisogna riuscire a lasciare una traccia, un segno.

Capita di avere di fronte volti stanchi provati dalla giornata lavorativa.

Capita di essere intimoriti forse perché si crede che nessuno sia interessato a questi temi.

Capita anche che ci si trovi di fronte a padri desiderosi di raccontare la propria esperienza, di raccontare il loro “fare” con i figli, di raccontare i loro inciampi.

Capita quindi di vivere una serata diversa, una lunga chiacchierata sul ruolo paterno, così difficile, così complesso, così umano.

Capita di tornare a casa con la speranza di aver lanciato un piccolo seme che, forse, un giorno fiorirà dando nuovi significati alla figura del padre.

Capita di tornare a casa soddisfatti per aver imparato  tanto da quel gruppo di padri.

Cronaca di una giornata di formazione 

Interno scuola. Banchi ordinati e bianchi, sedie colorate. Una cattedra che mi aspetta, non mi piace molto questo tipo di incontro, non amo stare da quella parte, ma non posso evitarlo. Eccoli arrivano, si siedono, quelli della prima fila sono pronti con foglio e penna, gli altri cercano nascondigli usando borse, zaini o semplicemente la schiena di quello davanti. La formazione inizia, si parla di ragazzi difficili: quelli che non amano la scuola, che faticano a star seduti, che non rispettano l’insegante. Quelli della prima fila si animano intervengono nella discussione, anche gli atri si animano, accendono tablet, leggono libri, rispondo a messaggi. Dovrei arrabbiarmi, richiamarli all’ordine e alla serietà ma non riesco, non posso, troppe volte ho interpretato il loro ruolo, troppe volte mi sono nascosto per evitare momenti come questo. 

Finiamo di raccontare il primo caso: una ragazzino che sembra pacifico e tenero ma che in realtà tiene in pugno la classe. Facciamo pausa. Quelli della prima fila ci mettono più tempo a rientrare, gli altri sono più rapidi, certo avevano lasciato un sacco di robe in sospeso dovevano sbrigarsi se volevano terminarle prima della fine della formazione. Ne approfitto, dico loro che deve essere pesante farsi quattro ore in aula dopo una giornata in classe e con il pensiero della lezione da preparare per il giorno dopo. Sorridono e iniziano a raccontare le loro fatiche, le loro preoccupazioni, le guerre di trincea che devono sostenere con le famiglie. Arrivano quelli delle prima fila e si associano alla discussione. Ascolto incuriosito, provo a dare delle chiavi di lettura. Il tempo volge al termine, vorrebbero quasi trattenersi di più ma ci tocca chiudere. 

Non ho operato un processo alchemico, semplicemente ho messo in atto la logica per la quale per poter favorire processi di apprendimento è necessario accogliere l’altro e mettersi in gioco rispetto ai suoi bisogni, lavorando in presa diretta, all’impronta. Di questa logica è stato maestro Gianni Rodari e credo che  nessuno, quando è costretto a quell’incontro con la cattedra, possa permettersi di dimenticare la sua lezione.

Un giorno lontano dalla giungla

Bologna. Esterno giorno. Seduto al tavolo del mio ristorante  preferito vedo arrivare una famiglia: madre e padre vesti da signori della media nobiltà, figlio trentenne con almeno un anello per dito e una simpatica felpa con il cappuccio. Dopo pochi secondi capiscono di aver aspettato troppo, la madre, ora trasformata in una iena, attacca la cameriera che con estrema pazienza prende le ordinazioni. Il padre decide che si inizia dal bere, il ragazzo prende la parola “una coca zero”. La cameriera “posso portarti una molecola senza zucchero, è  come la coca zero solo che è un prodotto italiano”. Il ragazzo è dubbioso “nel senso che è biologica?” la cameriera è perplessa “nel senso che è prodotta in Italia”.

Arriva la bevanda misteriosa, il ragazzo prende tra le mani la lattina sulla quale è chiaramente visibile il profilo della mole Antonelliana, poi anche il nome aiuta, lui la scruta in modo minuzioso e poi dice al padre: “Forse la fanno a Torino” lui “ Non credo”. È arrivato il momento di versata nel bicchiere, assaggia, guarda mamma e papà “fa pure schifo!”. Per fortuna subito dopo arriva un bel piatto di salumi e lui ci si butta con tutte e due le mani, si sa nella giungla non sono abituati a mangiare con le posate.