Dal settimo cielo al settimo piano: un libro per vivere

Dal settimo cielo al settimo paino. Un libro che nella giornata di oggi ha catturato in modo particolare la mia attenzione. Mi sono ritrovato tra le pareti gialle del mio studio a leggere, furtivamente, i sui capitoli tra un colloquio clinico e l’altro. Questo perché la forza del libro sta nella grande capacità di Leo di portarci dentro alla sua storia. La storia di un bambino sognatore che vede nel suo futuro il motocross. La storia di un’adolescente che vede il suo sogno infrangersi a causa di un tumore al ginocchio. La storia di una speranza che ogni tanto rischia di affievolirsi ma che in poco tempo si rigenera. La storia di un ragazzo che nella malattia ha incontrato un gruppo capace di sostenerlo.

Una storia, insomma, che narra quel concetto così tanto caro a Franco Fornari: riorganizzare la speranza. Leo aveva di fronte a sé un futuro che poteva trasformarsi in qualche cosa di drammatico, in un presente senza via d’uscita invece, grazie alla forza riscontrata nello sguardo dell’altro, è riuscito a fare della sua vita un nuovo sogno.

Questo libro è per tutti quelli che hanno il desiderio di vivere per qualche ora a stretto contatto con un adolescente che soffre e che sogna. Questo libro è per tutti quelli che non hanno affatto il desiderio di vivere per qualche ora a stretto contatto con un adolescente che soffre e che sogna. Questo libro è per tutti quelli che scelgono di vivere, di sporcarsi le mani con l’umanità che è fatta di sofferenze e sogni.
Ecco perché questo libro è per tutti, perché nessuno può decidere di fuggire all’aspetto umano della propria vita.

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Andare a bottega

Nel 2008 usciva in Italia il PDM. In quegli anni ho avuto la fortuna di frequentare una piccola bottega collocata tra le vecchie stanze dell’Università degli Studi di Torino. In questa bottega due artigiani (Cesare Albasi e Carlo Alfredo Clerici) ci mostravano senza nessuna presunzione di trucchi i segreti di quello che era il lavoro clinico. Tutto ciò che era molto affascinante e ti faceva in qualche modo sentire partecipe di un movimento che creava pensiero e cultura rispetto al modo di curare attraverso la parola. Il manuale non è stato altro che uno strumento che in qualche modo ha sistematizzato ciò che da anni si stava sostenendo all’interno del movimento psicoanalitico. Certo per me era un periodo di forte idealizzazione, citando De Andrè potrei che “mi innamoravo di tutto”. A 10 anni di distanza mi ritrovo nella mia stanza delle parole a guardare la copertina della seconda edizione del PDM. Molto tempo è passato, la passione per la clinica è cresciuta a dismisura e il rapporto con quei due artigiani si è fortificato negli anni. Ora sono sempre più convinto che fare diagnosi significhi incontrare il paziente, sporcarsi le mani e immergersi totalmente nel mare della sua sofferenza. Certo è necessario avere in mente che in quel mare non ci si perde, bensì si offre, per quanto si può, una base sicura alla quale fare ritorno. Insomma a distanza di anni credo sempre più che la diagnosi non sia racchiudere il proprio paziente in una sterile categoria bensì trasformare richieste , paure, desideri, emozioni in una storia che racconta in qualche modo il suo presente e che riesca ad aprire prospettive future . La fortuna che vivo tutti i giorni è quella di avere a che fare con persone e quindi con realtà magmatiche, mutevoli e cangianti. Credo che sia più importante attivare processi di pensiero creativo piuttosto che ragionamenti che conducono a lineari categorizzazione.
Il desiderio che coltivo è quello di ridare vita a botteghe nelle quali poter andare a imparare il mestiere artigiano dello psicologo, perché lavorare con le persone significa vederle, parlarci, incontrarle e non barricarsi dietro a tecniche e teorie. Sto scrivendo tutto ciò su un tavolo di legno, prodotto a mano da un falegname almeno 60 anni fa. Certo non è preciso come quelli che escono dalle fabbriche dei grandi marchi. Certo è possibile vedere anche le gallerie scavate dal tarlo, essendo di legno buono. Certo ha avuto bisogno di un lavoro di restauro. Ma nel contempo ha la fortuna di essere unico e avere una storia.

Capita di guardare una fotografia

Capita di essere immersi tra grigi edifici.

Capita anche di essere accompagnati da un profumo familiare.

Capita di trovarsi in un giardino colorato.

Capita anche di aprire una porta ed essere abbracciati dalle stanze.

Capita di pranzare tra sconosciuti.

Capita anche di sentire un senso di appartenenza.

Capita poi di guardare una fotografia e capire di essere parte di una storia antica.

Giovanni Liotti l’immortale

Capita di credere che alcuni uomini siano immortali. E capita spesso quando quegli uomini li consideriamo dei maestri. Ecco io ho sempre pensato che Giovanni Liotti fosse immortale. Oggi però mi è toccato incontrare la realtà: Giovanni Liotti ci ha lasciato. Fatto particolare, ho scoperto della sua scomparsa da un collega, lo stesso che me lo aveva fatto conoscere in modo più profondo.

La prima volta che lo avevo ascoltato era nel 2008 a Grado ad un convegno internazionale. Ero lì per ascoltare Fonagy, che non si era poi presentato, e ho scoperto Liotti, la sua eleganza e la sua passione nello spiegare gli aspetti clinici e umani del trauma.

Nel 2010, grazie al mio collega, ero riuscito a partecipare (in incognito) a due giornate di formazione riservate ai soli studenti della scuola di terapia cognitiva. E così, oltre all’eleganza e alla passione, ho colto la complessità e la fatica del lavoro terapeutico ma nel contempo la soddisfazione nello svolgerlo. In particolare ricordo una sua frase che diceva più o meno così: “ quando incontrate un paziente difficile, traumatizzato, non dimenticate di fare una buona colazione, di indossare la corazza e se serve di portare con voi anche la spada.” Questo per spiegare che per entrare nel territorio del trauma bisogna essere fisicamente forti ed emotivamente sicuri per affrontare con il paziente il drago che ci porta in seduta.

In un tempo contemporaneo nel quale riparare i traumi significa apprendere la tecnica dei riti sciamanici e dichiarare fedeltà ad una determinata parrocchia, Liotti ci ricorda che invece è necessario lavorare su di sé e mediare tra differenti modelli teorici per poter incontrare l’altro che soffre.
Addio Maestro, anzi a presto visto che non morirai mai.

Ambrogino d’oro a Pietropolli Charmet.

Gustavo Pietropolli Charmet giovedì 7 dicembre ha ricevuto l’Ambrogino d’oro. Inutile tracciare una sua biografia, inutile illustrare il suo pensiero. Preferisco ripensare a lui come Maestro negli anni della specializzazione e anche prima quando, da giovanissimo studente di psicologia, ero andato ad ascoltare a Novara una sua conferenza.  Oltre alla straordinaria capacità di fare uso della parola per trasmettere passione mi sono rimasti impressi almeno due concetti. Il primo appreso per deduzione: la capacità creativa della mente che ho sentito più volte nel racconto dei casi clinici, quella capacità che permette, attraverso l’ascolto empatico, di costruire nuovi significati nella relazione con il paziente. Il secondo appreso sotto forma di insegnamento: la possibilità di lasciare un buon ricordo nella relazione terapeutica, la possibilità cioè di fare sentire al paziente un senso di fiducia nell’altro e di speranza nel futuro.

Chi aiuta i cargiver?

 

Mercoledì 29 Novembre 2017 alle ore 17.00, presso l’Aula Magna dell’ Istituto Oncologico Veneto (Via Gattamelata, 64 – Padova) dialogherò con Manuela Provantini (psicoterapeuta) intorno ai isogni di chi sta accanto a un familiare ammalato. Proveremo a capire come ci si sente a farsi carico della sofferenza di una persona cara e di come la malattia di un genitore influenza la crescita di un figlio adolescente. Proveremo cioè, in qualche modo a riorganizzare la speranza.

 

Ricordando Franco Giori

Mercoledì 22 novembre ci ha lasciato Franco Giori. Psicologo e psicoterapeuta, è stato tra i fondatori dell’Istituto di analisi dei codici affettivi – Minotauro di Milano. Ho ancora vivo nella mente il suo sguardo carico d’affetto quando gli raccontai il progetto del libro Scappati di mano. Esso prendeva origine da un suo lavoro Il guerriero triste, una raccolta di racconti per narrare l’adolescenza, nati, sosteneva lui, per “raccontare l’incertezza”. 

Accettò con entusiasmo la richiesta di curare la postfazione di quello che sarebbe stato il mio primo libro, ne riporto un passaggio:

A volte ci pare di essere solo spettatori,  a volte, soprattutto con i più giovani, ci sentiamo quasi coautori di certi passaggi di vita… Il fascino di vivere e condividere con i nostri pazienti  il dipanarsi delle loro vicende sta  non solo nell’auspicare e appoggiare qualche esito o soluzione ai problemi in corso ma sta anche nell’ accettare che le cose vadano diversamente da ciò che pensavamo come la via migliore;  ad esempio riuscire ad accettare che quel ragazzo imbocchi una strada per noi troppo rischiosa (o troppo poco rischiosa!); è importante aver rispetto per ciò che in quel momento va bene a lui,  per  ciò che lui può dare e fare in quel momento. Uno sguardo lungo, occorre uno sguardo lungo  anche per poter contenere le ansie dei genitori e sostenenerli in momenti in cui rischiano “il collasso” laddove la crisi, il blocco sembrano allontanare la speranza di un futuro possibile e vivibile. Nel nostro lavoro clinico è questo che ci  aiuta a reggere momenti a volte davvero traumatici e dolorosissimi, mantenendo un certo equilibrio dentro di noi e tenendo viva la speranza e la fiducia verso un cambiamento sempre possibile. 

Parole leggere e nel contempo cariche di significato che mettono in luce la passione per la clinica. In esse si respira l’insegnamento di Fornari, quell’idea di riorganizzare la speranza che sempre dobbiamo avere in mente quando incontriamo la sofferenza dell’altro e, perché no, anche la nostra.

Bene, questo è stato per me Franco Giori nelle varie chiacchierate da corridoio: un terapeuta dallo sguardo capace di rispecchiare teneramente e di infondere entusiasmo per la vita.