Capita di sentire l’odore del mare

​Capita di finire a lavorare in un luogo straniero.

Capita anche di sentirsi a casa in quel luogo.

Capita di stupirsi del potere della scrittura.

Capita anche di fare il libraio per un giorno.

Capita di provare il piacere di incontrare volti conosciuti.

Capita anche di stupirsi per l’intesa con una scrittrice mai vista prima.

Capita poi di sentire l’odore del  mare e di ripensare a un tempo lontano.

Capita di incontrare tanti papà

Capita, una sera di aprile, di uscire per una serata di formazione dal titolo “Che fatica fare il papà”.

Capita che ci sia un po’ d’ansia perché si teme di trovarsi di fronte a sedie vuote.

Capita, in realtà, di ritrovarsi in una stanza gremita di padri.

Capita di sentirsi nuovamente in ansia perché si crede che in quel momento bisogna riuscire a lasciare una traccia, un segno.

Capita di avere di fronte volti stanchi provati dalla giornata lavorativa.

Capita di essere intimoriti forse perché si crede che nessuno sia interessato a questi temi.

Capita anche che ci si trovi di fronte a padri desiderosi di raccontare la propria esperienza, di raccontare il loro “fare” con i figli, di raccontare i loro inciampi.

Capita quindi di vivere una serata diversa, una lunga chiacchierata sul ruolo paterno, così difficile, così complesso, così umano.

Capita di tornare a casa con la speranza di aver lanciato un piccolo seme che, forse, un giorno fiorirà dando nuovi significati alla figura del padre.

Capita di tornare a casa soddisfatti per aver imparato  tanto da quel gruppo di padri.

Cronaca di una giornata di formazione 

Interno scuola. Banchi ordinati e bianchi, sedie colorate. Una cattedra che mi aspetta, non mi piace molto questo tipo di incontro, non amo stare da quella parte, ma non posso evitarlo. Eccoli arrivano, si siedono, quelli della prima fila sono pronti con foglio e penna, gli altri cercano nascondigli usando borse, zaini o semplicemente la schiena di quello davanti. La formazione inizia, si parla di ragazzi difficili: quelli che non amano la scuola, che faticano a star seduti, che non rispettano l’insegante. Quelli della prima fila si animano intervengono nella discussione, anche gli atri si animano, accendono tablet, leggono libri, rispondo a messaggi. Dovrei arrabbiarmi, richiamarli all’ordine e alla serietà ma non riesco, non posso, troppe volte ho interpretato il loro ruolo, troppe volte mi sono nascosto per evitare momenti come questo. 

Finiamo di raccontare il primo caso: una ragazzino che sembra pacifico e tenero ma che in realtà tiene in pugno la classe. Facciamo pausa. Quelli della prima fila ci mettono più tempo a rientrare, gli altri sono più rapidi, certo avevano lasciato un sacco di robe in sospeso dovevano sbrigarsi se volevano terminarle prima della fine della formazione. Ne approfitto, dico loro che deve essere pesante farsi quattro ore in aula dopo una giornata in classe e con il pensiero della lezione da preparare per il giorno dopo. Sorridono e iniziano a raccontare le loro fatiche, le loro preoccupazioni, le guerre di trincea che devono sostenere con le famiglie. Arrivano quelli delle prima fila e si associano alla discussione. Ascolto incuriosito, provo a dare delle chiavi di lettura. Il tempo volge al termine, vorrebbero quasi trattenersi di più ma ci tocca chiudere. 

Non ho operato un processo alchemico, semplicemente ho messo in atto la logica per la quale per poter favorire processi di apprendimento è necessario accogliere l’altro e mettersi in gioco rispetto ai suoi bisogni, lavorando in presa diretta, all’impronta. Di questa logica è stato maestro Gianni Rodari e credo che  nessuno, quando è costretto a quell’incontro con la cattedra, possa permettersi di dimenticare la sua lezione.

Un giorno lontano dalla giungla

Bologna. Esterno giorno. Seduto al tavolo del mio ristorante  preferito vedo arrivare una famiglia: madre e padre vesti da signori della media nobiltà, figlio trentenne con almeno un anello per dito e una simpatica felpa con il cappuccio. Dopo pochi secondi capiscono di aver aspettato troppo, la madre, ora trasformata in una iena, attacca la cameriera che con estrema pazienza prende le ordinazioni. Il padre decide che si inizia dal bere, il ragazzo prende la parola “una coca zero”. La cameriera “posso portarti una molecola senza zucchero, è  come la coca zero solo che è un prodotto italiano”. Il ragazzo è dubbioso “nel senso che è biologica?” la cameriera è perplessa “nel senso che è prodotta in Italia”.

Arriva la bevanda misteriosa, il ragazzo prende tra le mani la lattina sulla quale è chiaramente visibile il profilo della mole Antonelliana, poi anche il nome aiuta, lui la scruta in modo minuzioso e poi dice al padre: “Forse la fanno a Torino” lui “ Non credo”. È arrivato il momento di versata nel bicchiere, assaggia, guarda mamma e papà “fa pure schifo!”. Per fortuna subito dopo arriva un bel piatto di salumi e lui ci si butta con tutte e due le mani, si sa nella giungla non sono abituati a mangiare con le posate.

La foto di classe dei papà 

Il titolo è preso da un lavoro che ho avuto la fortuna e il piacere di vedere in una classe della scuola dell’infanzia. Un grande cartellone sul quale ogni bimbo ha incollato il disegno raffigurante il papà. Il potere di questo lavoro sta nell’aver aiutato i bambini a pensare al papà per poi rappresentarlo, per dargli forma, per farlo essere presente in classe nonostante l’assenza.

E poi l’importanza di dar voce alle loro fantasie, spesso ci viene spontaneo con i più piccoli insegnare loro delle cose come fossero dei contenitori da riempire mentre il modo migliore per farli apprendere è far affiorare pensieri che già esistono aiutandoli a dar loro forma e nome. 

Anche il titolo del lavoro mi ha colpito in associazione alla Sfida dei papà perché , in chiave evolutiva, si può pensare che tra gli obiettivi di crescita dei piccoli c’è la necessità di costruire un’ immagine interna del padre, immagine che da adolescenti viene rivista, messa in discussione, confrontata, come in una sfida appunto, con quella dei padri degli altri.

Scrivere queste poche righe nel giorno della festa del papà significa ridare voce e forza a questa ruolo che a volte si perde tra le pieghe delle vita. E credo che il cartellone della scuola dell’infanzia e il lavoro mio e di Antonio Ferrara in qualche  modo ci hanno provato.

 L’augurio è quello di tornare a pensare all’importanza del ruolo paterno come traghettatore verso il mondo esterno, come testimone di un futuro possibile e pensabile, come portatore di speranza.

Pensare al futuro

img_1581Venerdì 13 gennaio ho avuto il piacere di partecipare ad una serata alla scuola secondaria di  primo grado Cassano di Trecate. Il tema che ho dovuto affrontare sono stati i falsi miti dell’apprendimento: quelle trappole che in qualche modo possono ostacolare la scelta della scuola superiore e quindi il “diventare grandi” degli adolescenti.

Ho ragionato inseme a genitori e ragazzi su tematiche come la fatica, il fallimento e il dolore, tutti ingredienti che fanno parte della crescita ma che in questa epoca postmoderna vengo spesso, illusoriamente, messi da parte.

Inoltre è stata anche l’occasione per raccontare alle famiglie il lavoro che ho svolto nelle classi terze. Nel mese di novembre ho fatto un incotro per ogni classe per aiutarli a pensare al loro futuro, per sognarsi da grandi. Partendo dal romanzo Ero cattivo di Antonio Ferrara i ragazzi hanno prodotto dei brevi testi. Attraverso il dispositivo della scrittura per emozioni hanno poututo raccontarsi tra 10 anni: sono emerse emozioni, desideri e sofferenze legate al crescere. Il materiale si è trasformato da uno scritto personale ed intimo ad un oggetto culturale sul quale riflettere e discutere.

I lego come aiuto ai bambini con autismo

legoLa terapia basata sui lego. Come sviluppare le competenze sociali attraverso i Club Lego per bambini con autismo e disturbi correlati.

Di DB Le Goff, G Gomez de la Cuesta, GW Krause e S Baron-Cohen. Giovanni Fioriti Editore, Roma 2016,pp.100

 

Il nome Lego starà sicuramente facendo nascere nella mente del lettore svariate associazionilegate a ricordi di un tempo passato, oppure, per chi lavora in ambito clinico con i bambini, a frammenti di terapia. Il denominatore comune di tutti questi pensieri potrebbe essere la parola creatività, questi mattoncini infatti nascono come strumento per dar forma alle idee. A volte sono idee racchiuse in un libretto d’istruzioni altre volte sono figlie della fantasia del costruttore.

Gli autori di questo testo hanno pensato di utilizzare i lego per farne un dispositivo terapeutico, tutto è  nato in modo osservativo: hanno notato che bambini con autismo iniziavano ad interagire tra loro quando il mezzo per entrare in contatto erano i mattoncini.

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